PALEOLITHIC ART MAGAZINE


ASIA



ARTE E CULTO DEI MORTI NEL MESOLITICO DEL VICINO ORIENTE

Licia Filingeri





Il culto dei morti è antico quanto l'uomo.




Fig.1 Scultura in selce rappresentante un teschio di Homo sapiens neanderthalensis- (Senigallia, Ancona, Italia)


Tracce documentate importanti ci vengono dai luoghi in cui sono stati trovati i primi agglomerati urbani, dalle regioni medioorientali della Mesopotamia e delle valli del Tigri e dell'Eufrate.
La cosiddetta "mezzaluna fertile" fu luogo estremamente propizio agli insediamenti stabili, anche per l'abbondante presenza di un cereale selvatico spontaneo, l'einkorn, che in seguito ad ibridazioni casuali con altre graminacee selvatiche dell'area fu all'origine di nuove varietà che resero la zona sempre più ricca e confacente alla sedentarietà.
In virtù di tali condizioni favorevoli, tale territorio divenne la culla delle civiltà in quanto le ricchezze naturali del luogo permisero invenzioni e progresso.
In particolare, alla fine del IX e durante l'VIII millennio a.C. ( Pre-Pottery Neolithic B , PPNB), soprattutto nelle arti, vi fu un rigoglioso fiorire, supportato dall'estrinsecarsi di una ricca funzione simbolica.
In base alle attuali ricerche archeologiche, fu dapprima l'immagine femminile, simbolo per eccellenza di vita e fecondità ad esprimere il sentimento religioso dell'uomo, come attestato dalla copiosa fioritura di statuine in pietra prima, e poi in terracotta (le cosiddette veneri), raffiguranti il corpo nudo della donna, enfatizzato nelle sue caratteristiche di procreatrice, presente presso tutte le culture nelle varie parti del mondo.
Le veneri furono tipiche della civiltà thielleuniana ( v. Pietro Gaietto ).
L'attuale tipologia dell'Arte, presente nel Paleolitico (inferiore, medio e superiore), nel Neolitico del bacino del Mediterraneo; e nel I millennio a.C. in Messico, associata ai tipi della Civiltà harroyana, in quanto le Veneri hanno la testa con due facce (vedi Fig. 8A7 nella pagina del Museo delle Origini dell'Uomo citata) oppure hanno due teste (vedi Fig. 8A9 nella pagina del Museo delle Origini dell'Uomo citata), cioè all'attributo femminile della divinità si aggiunge l'attributo maschile del dio. Con le prime civiltà urbane in Medio Oriente, la Venere diventa "dea della fecondità, e poi "dea madre".

Ma la dea madre ingloba in sé anche la morte, l'altro aspetto cardine della sempiterna vicenda umana: la terra-madre dà vita e nutre, ma anche, al termine della vicenda terrena, accoglie la propria creatura nel suo grembo pietoso.
Tale basica duplicità viene testimoniata a partire dalle innumerevoli sculture a doppia testa del Paleolitico, fino alle sculture mesoamericane con mezza faccia di vivente e mezza di defunto, presenti pure nell'etnografia in molte maschere tribali, e da sculture in pietra come quella di Teotihuacan, raffiguranti vita e morte insieme.
La morte dunque, rivestendosi di trascendenza, diviene anch'essa oggetto di culti particolari a sfondo religioso: come sulla terra la vegetazione e ogni forma vivente nasce e muore, per poi nuovamente rinascere e perire in un eterno ciclo, così forse i riti di culto, proprio per il loro carattere rituale-ciclico, sono presumibilmente supposti promuovere la rinascita dal grembo della terra, consolando l'uomo della brevità della sua vicenda terrena.
La consapevolezza della morte è intrecciata alla vita stessa, ed è connaturata all'essere umano: inoltre, recenti studi di etologia animale mostrano che il senso della morte non è prerogativa del solo uomo.
Osservazioni sui bonobos, scimpanzè che vivono nella foresta della Costa d'Avorio, in Africa, attestano ad esempio il senso di dolore e la cura per il corpo di compagni morti (Christophe Boesch ed Hedwige Boesch-Ammerman, 1989).
Numerose evidenze dunque su questa consapevolezza da parte dell'uomo, anche se delle più antiche sepolture non abbiamo tracce, per il troppo tempo trascorso, per le condizioni della sepoltura, e per i fenomeni naturali anche imponenti che si sono susseguiti nel tempo, spesso stravolgendo la configurazione terrestre.

Riguardo alla cura del corpo dopo la morte, però, storia ed etnografia ci hanno tramandato varie tradizioni, legate a ideologie e usanze di ordine religioso.
Si tratta di culti presenti da sempre presso tutte le culture, diretta derivazione dalla credenza in un dio creatore, la cui la più antica rappresentazione conosciuta è appunto la Dea madre, le cui vestigia si trovano quasi ovunque,a partire dai tempi più remoti.

Il fatto che, relativamente ai tempi più lontani, tra i resti umani, si siano trovati pezzi di mandibola, laddove non vi è presenza di altre parti dello scheletro, potrebbe far ipotizzare un iniziale culto del teschio, religiosamente conservato.
Infatti, non è pensabile che sia un caso che si sia conservata solo questa parte del corpo,oltre tutto più fragile di altre parti scheletriche, ben più consistenti e quindi meno facilmente deperibili. Si tratta evidentemente di una scelta conservativa intenzionale.

Un'altra ipotesi sulla conservazione del solo cranio potrebbe essere legata al fenomeno delle migrazioni. Per non abbandonare del tutto i loro defunti, negli spostamenti l'uomo ne portava con sé la parte simbolicamente più significativa, cioè il teschio, uso confermato anche da studi etnografici.

In condizione di sedentarietà invece, il seppellimento avveniva in grotta o sotto il suolo delle abitazioni o in tombe all'aperto, quali i dolmen; similmente, molto più tardi, in epoca storica, si diffuse la sepoltura dei morti illustri nei luoghi di culto, o in prossimità di essi.

Da quando abbiamo tracce concrete, in ogni caso, il significato trascendente del seppellimento si inferisce primariamente dalla cura con cui i resti umani venivano inumati, e anche dal ricco corredo di oggetti accanto ad essi, specie quando si trattava di donne, molti dei quali con chiaro carattere simbolico, come particolari cibi, parti di animali, amuleti, piccole sculture in osso, conchiglie, oltre alla frequente presenza di ocra rossa, forse simbolo del sangue, vita e morte, e alla particolare posizione e orientamento di giacitura.
Tale complesso rituale non avrebbe senso se il seppellimento fosse stato motivato, come supposto da alcuni, unicamente dalla preoccupazione di non lasciare i corpi in balia di animali carnivori.

La morte probabilmente, per il senso di trascendenza insito nell' essere umano, deve essere stata fantasticata come un lungo sonno, un riposo preludente ad un risveglio, come si recita ancora in molte preghiere per i defunti. Perciò i corpi sono stati spesso sepolti rivolti verso Oriente.

Gli scavi archeologici ci hanno rivelato che, in molte tombe, più individui venivano sepolti assieme, a volte a coppie, a volte tre, a volte più il che testimonia un desiderio di riposare accanto alle persone piùcare, e anche questo attesterebbe il significato trascendente attribuito al rito del seppellimento.

Oltre a ciò è l'arte stessa a fornire evidenze che, parallelamente al culto della vita, cioè della fecondità il sentimento religioso dell'uomo si ècristallizzato universalmente intorno al culto dei defunti.

A Sima de los Hueso, Atapuerca, Spagna, in una galleria della grotta in cui pitture e incisioni attestano l'uso di questa parte della grotta come santuario, furono rinvenuti i resti di 32 Homo heidelbergensis di 200000 anni fa,.

A Krapina Cave, in Croazia, sono stati trovati in una grotta numerosi resti umani di 100000 anni fa, il cui stato di frammetazione potrebbe anche essere stato causato dal peso di sovrastanti sedimenti. Riguardo alle tracce di scarnificazione, è possibile ipotizzare sia riti religiosi cannibalici, che usanze di cura e conservazione dei resti, tramite preventiva e accurata scarnificazione del cadavere, usanze rituali tuttora vigenti presso alcune popolazioni.
In Madagascar, ad esempio, presso una cultura a sud-ovest dell'isola sussiste un particolare rituale di seppellimento: le figlie del defunto, sedute in riva al fiume, ne scarnificano il cadavere sino all'osso, pulendo poi lo scheletro perchèdivenga candido come la neve; quindi le ossa vengono separate, poste in una piccola bara, e sepolte con particolari cerimonie.
Altri seppelliscono i cadaveri sotto grandi mucchi di pietre, con statuine rappresentanti scene della vita del morto.
Tutto questo ha carattere di sacralità, non di perversione come alcuni potrebbero supporre (Cfr. F.Morgenthaler, Forme di rapporto della perversione e perversione delle forme di rapporto, Psicoterapia e Scienze Umane, 2, 1979, p.9)
Un dato storico: a partire dal Trecento, un'usanza prescriveva che corpi di uomini illustri venissero divisi in pezzi, per essere trasportati in luoghi di sepoltura lontani e talora diversificati, spesso dopo accurata scarnificazione.

Risalenti a 100/125000 anni fa, nella grotta di Moula Guercy nel Sud-Est della Francia, sono stati ritrovati i resti di 6 individui, anch'essi recanti segni di scarnificazione: anche in questo caso, da parte di alcuni è stata fatta un'ipotesi di cannibalismo, ma si potrebbe anche pensare a una scarnificazione, volta a conservare più accuratamente le reliquie del morto, fornendo buone evidenze che anche questo ritrovamento possa essere annoverato tra le prove di un culto conservativo dei defunti.

A Taramsa, nell' Egitto del Sud, valle del Nilo, un piccolo bimbo di 8/10 anni, di 80000 anni fa, èstato trovato sepolto seduto, col volto rivolto verso il cielo, in direzione est.

Nella grottaTeshik Tash, in Uzbekistan, presso la frontiera afgana, nel 1938 sono stati rinvenuti i resti di un bambino di 9 anni, di circa 70000 anni fa, sepolto coi piedi verso l'entrata della grotta; intorno al cranio, 6 coppie di corna di ibex siberiano; inoltre, un piccolo fuoco era stato acceso accanto al corpo, segni di ritualitàe affetto verso il piccolo morto.

A La Ferrassie ( Les Eyzies, Dordogne, France)


Fig.2
Sepoltura La Ferrassie, France



si sono trovati inumati resti umani di 70 anni fa, tra cui un uomo in posizione distesa, una donna in posizione flessa, due bambini, e due feti, tutti con orientamento est-ovest.

Sempre in Francia, a La Chapelle-aux-Saints, risalente a 60000 anni fa, si è trovato lo scheletro di un anziano, con la testa rivolta verso ovest e i piedi verso est, un braccio sollevato verso la bocca, la testa sormontata da ossa di animali, e vicino le ossa della zampa di un bisonte.

Ai confini con la Turchia, nell' Iraq del Nord, nella grotta di Shanidar, nel 1960 Ralph Solecki rinvenne inaspettatamente lo scheletro di un uomo di 60000 anni fa, inumato in un letto di fiori.



Fig.3
L'uomo di Shanidar nel suo letto di fiori


Nella grotta Skhul, in Israele, Monte Carmelo, resti di individui sepolti 100000 anni fa, con evidenze di riti di culto associati. Sempre risalenti a100.000 anni fa, nella Grotta di Jebel Qafzeh (Nazareth), una donna di circa 20 anni e un bambino di 6 ai suoi piedi. Nella grotta Tabun, scavata da A.J. Jelinek, la tomba di una donna deceduta 120000 anni fa. La produzione di strumenti di questa civiltà consisteva in microliti di selce, di varia forma, atti a un gran numenro di usi. L'uso funerario consisteva nel seppellire i defunti davanti alla grotta, in posizione di sonno, con corredo di oggetti in pietra, osso o conchiglia, piùo meno ricco a seconda dello stato sociale della famiglia di appartenenza.A Kebara Cave, sepolto al centro di una grotta, i resti di uomo sui 30 anni, risalente a 60000 anni fa, erano corredati da utensili levalloisiani .

A Lago Mungo, in Australia, un adulto di 40000 anni fa, con le mani intrecciate, poste all'altezza del pube, fa era sepolto in una duna di sabbia. Il corpo era cosparso di ocra rossa . E' notevole il fatto che l'ocra rossa non esisteva nel luogo, e questo testimonia quanta cura fosse posta nella sepoltura dei defunti.

Nella grotta di Mezmaiskaya, sulle montagne del Caucaso settentrionale, presso il mar Nero, sepolti nella roccia calcarea, si sono trovati i resti perfettamente conservati di un bimbo di circa 29000 anni fa .

A Sungir, nella Repubblica russa, sepolti in due tombe due ragazzi (28000 anni fa), di 8 e 13 anni, in posizione testa a testa, e un uomo, probabilmente col capo ricoperto con un cappuccio, numerosi braccialetti, e al collo un piccolo pendente in avorio a forma di cavallo, colorato di ocra rossa e decorato da puntini neri; il ragazzo aveva il collo adornato di un ciondolo a forma di animale e altri oggetti in avorio decorati; anche la ragazza, accanto a lui, aveva varie decorazioni di avorio; i tre corpi erano coperti da uno spesso strato di zanne di mammouth.

Visse 26000 anni fa la cosiddetta Red Lady ( in realtà resti di un uomo ) trovata nel 1826 nella grotta di Paviland ( penisola di Gower, Galles, Gran Bretagna), che prende il nome dal seppellimento in argilla rossa e la ricopertura di ocra rossa; il corpo si presentava adorno di collane di conchiglie e ornamennti di avorio.

Dello stesso periodo, a Dolni Vestonice, Repubblica ceca, i resti di tre giovani, due ragazzi e una ragazza, di circa 20 anni. I teschi dei giovani erano cinti di collane di denti di foche artiche e di volpi, ed erano stati coperti di ocra rossa, la quale copriva pure la zona in cui le mani dei due uomini toccavano il corpo della donna.


Ma, accanto alla conservazione dell'intero corpo, esiste, come si è detto, un particolare culto relativo alla conservazione del solo cranio (sull'argomento, vedi ancora Museo delle Origini dell'Uomo).
Già nel periodo protoneolitico si hanno evidenze di una conservazione separata del cranio.
Durante il Neolitico preceramico, tale uso diviene comune presso alcune località del Vicino Oriente, Anatolia, Siria, Palestina, Iran e attuale Israele.
Esso assunse una particolare rilevanza nell'ambito della civiltà natufiana (10500-8500 a.C., così detta dalla località tipo, la caverna di Shukbah, nello Uadi en-Natuf ).
Presso tale civiltà era diffuso un culto delle forze fecondanti della natura, in parallelismo a quelle umane, ispirato a un rapporto religioso tra la fertilità della terra e quella umana.

A Tell al-Sultan (Gerico, circa 8500 a.C., periodo Neolitico A pre-ceramico), dopo l'originario insediamento natufiano, e le alterne vicende fino all'abbandono della città intorno al 7300 ( probabilmente conseguenti a un mutamento delle condizioni climatiche), era rifiorita una nuova civiltà con case non più a pianta circolare, ma rettangolari, e un uso intensivo del gesso, materiale locale, che ricopriva pareti e pavimenti delle abitazioni, come a Jarmo e Ain Ghazal.
Proprio in questo periodo ( 8700-6500 ), denominato Pre-pottery Neolithic B (PPNB), particolare e rilevante di Gerico, e di altri insediamenti della zona, Ain Ghazal, Tell Ramad, Beisamoun, Nahal Hemar, fiorisce un culto del cranio, più sofisticato e artistico, rispetto a quello dei tempi precedenti.


Fig4
Mappa delle zone con uso funerario e cultuale della conservazione del solo teschio


Precedentemente infatti vigeva un uso per cui i crani venivano ricongiunti al resto del corpo, nella tomba, o raccolti in gruppi di tre, o più, in cerchio, e sepolti in cavità nelle pareti domestiche, o sotto il pavimento, lo sguardo rivolto verso una medesima direzione.
Parallelamente, in alcune di queste località venivano prodotte maschere in calcare a grandezza naturale, e figurine umane e animali in gesso, alcune delle quali con teste che ricordano molto da vicino i crani rimodellati e dipinti, ritrovati sepolti in buche davanti alle case.
In particolare, a Gerico, mentre i corpi privi di testa continuavano ad essere sepolti nei pavimenti ricoperti in gesso delle case, sono stati ritrovati, accuratamente riposti in nascondigli, una decina di crani artisticamente rimodellati in gesso colorato, o coperti di bitume, talora arricchiti di dettagli dipinti (come i baffi),o con conchiglie al posto degli occhi, al fine di riprodurre fedelmente le fattezze del defunto.
Scavi ulteriori hanno portato alla luce, tra le altre, tre statue in gesso in grandezza naturale: un dio-padre con la barba, una dea-madre ed un dio-bambino, secondo alcune interpretazioni una delle più antiche testimonianze di culto di una trinità fecondatrice, posteriore all'originario culto del dio Bell. Le tre statue, anch'esse ritualmente sepolte,vanno ricollegate al culto dei defunti.

Questi crani rimodellati e decorati si possono considerare vere opere d'arte, e hanno una stilizzazione ben precisa.
Innanzi tutto, essendo per la maggioranza dei casi più piccoli della testa umana originaria, sia per la mancanza della mascella inferiore, che per la scarnificazione, le varie parti del volto sono poste non esattamente come nella realtà ma in modo tale da mantenere comunque le dimensioni armoniose di un viso umano.
Quando gli occhi sono chiusi, vengono rappresentati, come la bocca, da una linea sottile orizzontale, con una leggera protrusione arrotondata; all'interno, è visibile una lieve colorazione rosa.Le sopracciglia sono marcate, e tracciate con una linea; le guance sono dolcemente arrotondate; le orecchie, piccole e lievemente allungate, sono poste in posizione leggermente superiore rispetto alla realtà

A Catal Hoyuk, Anatolia, attuale Turchia,


Fig.5
Catal Hoyuk, Turchia: il mound ove sorgeva l'insediamento



che, pur distante da Gerico, evidentemente ne condivideva certe usanze culturali, come ad Hacilar. e nell'Asia del Sud-Ovest, si è scoperto un analogo uso rituale di separazione dei teschi dal resto del corpo, con conservazione a parte, (anch'essi sepolti all'interno delle case, preferibilmente al centro della stanza ), ( vedi Çatalhöyük Website ), con le orbite vuote riempite di conchiglie, come a Gerico; inoltre, si sono rinvenuti alcuni teschi di un Bos primigenius, bue selvatico estinto, ricoperti di gesso e dipinti ( 9000 a.C.); da notare l'uso condiviso con altre località della mezzaluna fertile di inserire nella tomba figurine in creta di persone o animali, deliberatamente spezzate, e di ricoprire parti del corpo con ocra rossa .

Otto crani simili, uno intero e gli altri frammentati, risalenti probabilmente ad un'epoca tra il 7000 e il 6500 a.C., sono stati trovati anche ad Ain Ghazal (Giordania), sotto il pavimento di abitazioni o interrati nelle vicinanze.
Fig.6
Culto conservativo del cranio ad Ain Ghazal


Rimossa la mascella inferiore, i crani venivano coperti con gesso e modellati nelle parti mancanti . Lo stile della modellazione ricorda la straordinaria statuaria del luogo, soprattutto nella fronte e nella bocca, sia pure con una diversità data dalla presenza nei teschi della sottostante arcata dentaria superiore. L'uso funerario del luogo prevedeva l'interramento del cadavere: una volta decomposta la carne, i resti, disseppelliti, venivano nuovamnte sepolti, in genere sotto il pavimento della casa, o in un cortile, mentre il cranio era trattato con un rivestimento in gesso, dopo averlo privato della mascella inferiore, e talora era sepolto nuovamente insieme al resto dello scheletro ( per una dettagliata descrizione, v. Patricia S. Griffin, Carol A. Grissom and Gary O. Rollefson )

Ad Abu Hureira, Siria del Nord, a 120 km da Aleppo, sull'Eufrate, abitata tra i 10.000 e i 7000 anni fa, e con identico uso di ricoprire di gesso pavimento e pareti delle abitazioni, sono stati trovati gli scheletri di 162 individui.

Anche aTell Ramad, 20 Km a sud-ovest di Damasco, ai piedi del Monte Hermon, sempre con eguale uso del gesso per la decorazione delle abitazioni, sono stati trovati teschi meno artefatti e più allungati, essendo presente la parte mandibolare, semplicemente decorati con ocra rossa. Associate, sono state rinvenute due figure di persone sedute, in gesso, forse a guardia dei crani sepolti.

A Nahal Hemar, sud-ovest del Mar Morto (Israele ), in una grotta probabilmente adibita a riti di culto sacro, sono stati trovati, unitamente a maschere in pietra decorate con conchiglie marine, panieri, tessuti, punte di freccia in legno, utensili in selce, anche tre crani decorati con una sorta di engobbio costituito da incroci di sostanza collagene nera, colla impermeabile di origine animale, simile a quella usata 4000 anni dopo dagli Egizi: pure la bocca appare modellata con la stessa sostanza.


Fig.7
Uno dei crani di Nahal Hemar, Israele, ricoperto di sostanza collagene nera


Un'ipotesi potrebbe essere che tale trattamento sia stato messo a punto per poter praticare riti religiosi all'aperto, come in uso presso popolazioni nomadi.


A Beisamoun (attuale Israele), più o meno risalente alla medesima epoca, è stato trovato un teschio trattato come quelli di Ain Ghazal, salvo le sopracciglia, incise piuttosto che dipinte, e gli occhi dipinti chiusi.

In una grotta calcolitica presso Peki'in (Israele) si è ritrovato molto materiale funerario databile dal 4500 al 3,500 a.C. Come supposto dall'archeologo Zvi Gal, responsabile degli scavi, probabilmente la grotta veniva usata come luogo di sepoltura dagli abitanti dell'area.
Tra il copioso materiale rinvenutovi, 300 teste umane scolpite, che l'archeologo ritiene usate per il culto degli antenati.

Analizziamo più da vicino i crani di Gerico.
Quando i primi furono trovati da Kathleen Kenyon, nel 1953, vennero considerati come ritratti di antenati; più tardi, si pensò che fossero specie di oggetti apotropaici, dotati di grande potere.
Oggi, anche per confronti con ritrovamenti simili ed oggetti associati, siamo piuttosto propensi a pensare a un culto dei defunti, consistente proprio nel seppellimento di teschi scolpiti nel pavimento delle abitazioni.
I crani di Gerico sono da considerarsi le sculture più belle tra quelle delle prime civiltà urbane, per almeno 5000 anni, fino allo sbocciare dell'arte della Mesopotamia.

Riguardo alla scultura e alle sue caratteristiche stilistiche, si può fare qualche ipotesi.

Questo tipo di scultura di testa umana, su teschio, o direttamente su altro materiale, deriva direttamente dalle sculture litiche di teste del Paleolitico superiore di tradizione musteriana, risalenti a 11000 anni fa, trovate anche in Liguria (Italia).

Tali sculture appartengono alla civiltà artistico-religiosa perthesiana, che trae la sua denominazione da Jacques Boucher de Perthes, primo ricercatore di arte paleolitica ( cfr. Gaietto). ).

Secondo quanto osserva Pietro Gaietto "la raffigurazione della testa umana, se non ha una forte deformazione stilistica, raffigura l'uomo che l'ha prodotta, e permette di stabilire anche la specie umana".

La tipologia di tali sculture è costituita nell'Olduvaiano dalla rappresentazione della testa umana priva di collo, proprio come nel caso dei crani di Gerico.


Fig.8
Uno dei più bei crani di Gerico, rimodellato come una delicata sculturina


Nel caso dei teschi di Gerico, la lavorazione scultorea è attuata direttamente sul teschio umano, e inoltre tende a raffigurare la persona defunta come era da viva, usando talora conchiglie segmentate al posto degli occhi (per rappresentare le pupille), capigliatura dipinta, e, come si è detto, qualche dettaglio maggiormente caratterizzante aggiunto, come i baffi.


Fig.9
Cranio di Gerico con conchiglie inserite nelle cavità orbitali


Sia che si tratti di maschera funeraria, o di conservazione a scopo apotropaico del teschio, o di semplice culto dei morti, questi crani indubbiamente sono anche una splendida opera d'arte, non essendovi ancora, all'epoca, alcuna altra testimonianza altrettanto "bella" relativa alla raffigurazione umana.
E' possibile sostenere che queste teste in gesso si collochino alla base delle successive, più grandi sculture del Medio Oriente.
Si potrebbe anche dire che, con queste opere d'arte, comincia la tradizione del ritratto, che non si è mai interrotta nel tempo e che perdura ancora oggi.

I faraoni egizi Thutmose I e Thutmose II portarono vittoriosamente il confine settentrionale fino all'Eufrate, vicino all'odierno confine turco.Thutmose III (1490-1436), poi, si spinse vittoriosamente sulla costa dove si trovano ora Israele, Libano, Siria e Giordania
Anche se non abbiamo evidenze certe che vi fossero in Egitto rappresentanti dei popoli di Anatolia, Siria e Palestina, tali da avervi portato anche la loro tradizione artistica, che trovava appunto una delle sue più originali espressioni nel culto dei teschi, è però possibile che, insieme ai prigionieri, venisse esportata in Egitto anche una tradizione artistica, in particolare quella della scultura in gesso.
Tuttavia, le 350 "lettere di Al-Amarna", scritte in caratteri cuneiformi accadici su tavolette in argilla, riguardanti le vicende dei popoli vinti siro-palestinesi al tempo di Amenofi III e Amenofi IV/Akhenaton ( circa 1500/1300 a.C.), testimoniano stretti contatti culturali e commerciali tra l'Egitto e i popoli dell'Est ( Cipro, oltre a Lachish, Tell es-Safi, Gezer, Jerusalem, Shechem, Ta'anach, Megiddo, Hazor)
In sei di queste lettere, inviate da Biridiya, re di Megiddo, al faraone egizio Akhenaton, tra l'altro, si fa riferimento alle vicende di questa città chiave posta in posizione chiave sulla Via del Mare ( che legava Egitto con Mesopotamia, Siria e Anatolia ), splendida culla di arte, come attestato da magnifiche sculturine in avorio, usate come decorazioni per mobili, scrigni di gioielli, contenitori di cosmetici, che rivelano influssi egizi, ittiti ed egei, trovate in un semisotterraneo di un palazzo ( XIII secolo a.C.).
Thot-Mosis III (1505-1450), proprio a Megiddo, battè330 principi siriani, incorporando la città cananea nel Nuovo Regno; poi sottomise la Siria meridionale fino a Qadesh .

Tracce di una sorprendente e mai vista in Egitto tradizione scultorea di tipo naturalistico si ritrovano al tempo di Akhenaton, figura atipica di faraone, particolarmente illuminato sul piano spirituale, ricordato anche perché, unitamente alla bellissima moglie Nefertiti, introdusse in maniera rivoluzionaria il culto di un dio unico, simboleggiato dal disco solare, divinità davanti alla quale tutti, in maniera assolutamente straordinaria per i tempi e le circostanze, venivano considerati eguali .
Da parte di alcuni studiosi si sono voluti vedere forti legami tra questa ideologia rivoluzionaria e l'Ebraismo col culto di Javhè.
Seguiamo per un tratto queste intricate vicende.
Già intorno alla corte dell'effeminato Thot-Mosis IV, (1400-1390), figlio di una bellezza asiatica, la cui moglie era figlia di Artatama I, re ariano di Mitanni (madre di Amenhotep III, e nonna di Akhenaton), certo erano gravitati molti influssi del vicino Oriente.
Tyie, moglie di Amenhotep III, e madre di Akhenaton, secondo alcune fonti era semita, o ittita o ariana. Suo padre Yuia era un nobile indoeuropeo, forse hurriano, come tutti i cavalieri degli Egizi, educato in Egitto, prete di Amon (nell'antico Egitto, dio del cielo meteorico, di cui il sole costituiva l'occhio destro, la luna il sinistro) e di Hermonthis, ufficiale di Tuthmosis IV e Amenhotep III, e cancelliere del nord.


Fig.10
Scultura in legno amarnita della regina Tyie


Tyie, donna raffinata, che a sua volta ebbe una profonda influenza sul pensiero e sull'arte, incoraggiò gli artisti a guardare il mondo coi loro occhi, e ad uscire dal rigido manierismo allora imperante, probabilmente in questo riprendendo una tradizione del Medio Oriente, che in quel momento brillava a Creta, e di cui la testa di Gerico è appunto capostipite.

Verso il 1539 a.C., Nefertiti e Akhenaton, a sua volta succeduto al padre, si trasferirono nella nuova capitale d'Egitto, Akhet-Aten, "l'orizzonte di Aton", l'odierno Tell-el Amarna, scoperta sul finire del '700 dagli studiosi napoleonici, un tripudio architettonico arricchito da una splendida arte.
Fu proprio allora che la scultura, in special modo, conobbe una fantastica fioritura ( si parla stilisticamente di Arte di Amarna), grazie anche al maestro scultore Thutmose. Nel suo ricco laboratorio, scoperto fortunosamente nel 1912 da L.Borchardt a Tell el-Amarna, accanto a sculture in pietra incompiute, furono trovati una ventina di prototipi di stampi in gesso che attestano le varie fasi della lavorazione, con le fattezze di personaggi della famiglia del Faraone, e al famosissimo busto dipinto di Nefertiti (1379-1362 a.C.), in pietra calcarea, con un solo occhio, la cui delicatezza di modellato rammenta da vicino il cranio modellato finemente di Gerico.


Fig.11
Busto calcareo di Nefertiti


Accanto alle teste idealizzate, molte le immagini realistiche di uomini e donne comuni, studiate e ritratte in maniera assai individualizzata e fedele ai segni dell'età Probabile indizio di uno studio intenzionale realistico, dato che non si conosce una richiesta di scultura privata che giustifichi tale scelta stilistica e tali esecuzioni.


Fig.12
Plastica realistica dell'atelier di Tutmose


Ricordiamo che nella scultura amarniana si faceva spesso ricorso al gesso: unitamente ad esso, nella stessa opera d'arte, venivano impiegati molti materiali. Ad esempio, il busto di Nefertiti è in pietra calacrea, ma rivestito di gesso, e il copricapo conico è fatto in gesso, anche per una questione di peso e di solidità statica della scultura.
Già precedentemente erano in uso maschere mortuarie, ma nel periodo amarnita le impronte in gesso venivano prese direttamente sul volto del vivente, ricoperte di papiro o tela sottile, il che rendeva imperfette le fattezze del volto, che poi dovevano venir ritoccate a mano, con un procedimento che ricorda il modellamento delle fattezze dei viventi sui teschi a Gerico. L'arte armaniana, infatti, tendeva non a idealizzare, ma a mantenere la caratteristica reali, come avvenuto per i teschi modellati di Gerico, fortemente individualizzati ed espressivi.

Un altro esempio di questa tradizione, viva anche presso altre culture in altre parti della terra, si trova in Sierra Madre del Sur, Messico occidentale, presso la civiltà Chontal del periodo pre-ispanico, la cui scultura figurativa, a partire dal 1500 a.C., appare strettamente collegata al culto dei morti.
La derivazione di tale civiltà da un popolo euroasiatico dà ragione di questa tradizione, portata integralmente nella scultura, le cui origini probabilmente giacciono anch'esse in questi teschi-scultura di Gerico ( v.maschera di san Jeronimo, in pietra silicea e conchiglie, costa Grande, Messico).


Fig.13
Maschera di S.Geronimo, Messico


Anche in queste sculture, senza collo, e spesso con aspetto di maschera, gli occhi sono costituiti da conchiglie e le bocche sono talora di un materiale diverso dal resto.
La successiva arte mobile di Teotihuacan presumibilmente si ispira a sua volta a questa tradizione.


Fig.14
Maschera in serpentina, Messico



Studi etnografici relativi al Messico e all'Oceania segnalano la presenza di maschere rituali riproducenti gli antenati, basate su questa credenza, secondo la quale il potere di un uomo risiede proprio nella sua testa.



Fig.15
Maschera di antenato della Melanesia


Dunque, fin dai primordi, arte e culto dei morti appaiono strettamente intrecciate, tanto da far pensare, a un'unica radice originaria di rappresentazione artistica e idea di religiosatrascendenza nella mente dell'uomo.
Sappiamo che quando, in una rete di relazioni sociali, linguaggio ( e l'arte è una forma di linguaggio) e attività pratica ( e l'arte è anche attività pratica) convergono, si configura l'intelligenza astratta, e l'attività simbolica crea nuove forme di comportamento.
L'arte esibita, come segno, catalizza l'attenzione dell'osservatore e mette in moto processi di astrazione che conducono la mente umana ai processi più elevati di pensiero, creando concetti condivisi e condivisibili, tra cui si annovera anche quello religioso.
Ora, se è vero che l'attenzione dell'osservatore è quella inizialmente perseguita dall'esecutore dell'opera (l'immagine scolpita indirizza l'attenzione di chi la guarda), è altrettanto vero che l'attenzione verte su un significato dato, che deve essere colto come significativo, e in seguito interiorizzato, da chi la osserva.
L'indicazione condivisa, quindi, da esterna, diviene interna.
Tale operazione di trascendenza ha anche l'effetto di accrescere la capacità dell'uomo di connettere largamente idee e attività immediate ad altre possibili, fino alle più astratte, ancorchè condivise, quelle che hanno a che fare col punto estremo della trascendenza, costituito dalla sfera della spiritualità e della religione.

Si comprende dunque la ragione per cui il tipo di raffigurazione artistica veicolata da questi crani-oggetto di culto, essendovi sotteso un potente concetto di religiosa trascendenza socialmente condiviso e condivisibile, si sia tramandato attraverso innumerevoli generazioni in ogni parte della terra, per giungere quasi inalterato fino a noi, sotto forma di immagine scultorea celebrativa, in memoria perenne di coloro che non sono più.



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